DIALETTO È BELLO

T’è furb com Gariboja che a stërmava jë dnè ant la sacòcia dj’àutri”, “a lavà a capa o’ ciuccio se perde l’acqua e o’ sapone”, “ce mut biele frut?”, “te lu jabbu nun ci mueri ma nci cappi”, “L magn’ré anc ‘l fisc’ al tren”, “Bsògna spulê quând che tira e vât”, “u immuritu ‘nta la via u immu un su talia” “cu pratica cco zoppu allannu zuppia” e così via scorrendo tutto il nostro territorio da nord a sud. Poco si sa ancora dei dialetti, se non che a un certo punto sono stati “perseguitati” e relegati alla vita familiare o privata. Io non ne parlo nemmeno uno: i miei genitori vengono da due regioni del nord diverse e in casa si è sempre scherzato in dialetto, ma la lingua “ufficiale”, anche lì, era l’italiano. Non è stato però complicato trovare generosi dialetto-parlanti attorno a me per scrivere questo articolo, e questo perché la maggior parte degli italiani di qualsiasi età ha il dialetto nel sangue o per lo meno nelle orecchie.

dialetto è bello

La cosa più interessante secondo me, quando si parla di dialetti, è provare a scriverli: nessuno o quasi sa come si fa, dove si deve tagliare la parola, dove va l’accento. È un susseguirsi di domande e dubbi, sorprese e stranezze, acrobazie linguistiche sconosciute. A tal proposito, ricordo ancora il mio primo incontro con Trilussa per le strade di Roma: “Mentre me leggo er solito giornale, spaparacchiato all’ombra d’un pajaro, vedo un porco e je dico -Addio Majale!-, Vedo un ciuccio e je dico -Addio Somaro!-. Forse ‘ste bestie nun me capiranno, ma provo armeno la soddisfazione, de potè dì le cose come stanno, senza paura de finì in priggione”. Non avevo idea che si potessero usare le j con così tanta scioltezza.

Ebbene, senza finire nei soliti discorsi triti e ritriti sui dialetti, sulla storia dell’italiano, sul perché accada questo o quello e sulla rinascita dell’interesse per i dialetti e il locale e l’anti-globalizzazione linguistica, riportiamo qui la traduzione di parte di un articolo tratto dalla rivista Cognition che parla proprio di dialetti e dei più recenti studi sul tema. A quanto pare chi parla dialetto, anche un dialetto molto vicino alla propria lingua standard, ha le stesse competenze di un nativo bilingue.

In un post precedente abbiamo parlato di diglossia, vale a dire una situazione di bilinguismo imperfetto che implica la presenza di due idiomi che non hanno la stessa valenza politica, sociale e culturale, e che quindi vengono utilizzati a seconda del contesto. Due lingue a tutti gli effetti dunque ma con status sociali diversi. Si potrebbe affermare che è bilingue chi capisce, e magari parla, due lingue, indipendentemente dal loro status. Gli italiani (e come loro molti altri) sono quindi storicamente e nazionalmente predisposti al multilinguismo. Alla faccia di chi dice che in Italia non si parlano le lingue. Infatti lo studio riportato nell’articolo afferma che “i bambini che parlano due dialetti qualsiasi – due varietà vicine della stessa lingua – possono ottenere gli stessi benefici cognitivi riscontrati nei bambini multilingue che parlano due o più lingue sostanzialmente diverse (come l’inglese e il francese).

dialetto è bello

Sono indiscutibili gli effetti positivi del multilinguismo sulle capacità cognitive dei bambini, che vanno dall’attenzione, alla flessibilità cognitiva, alla capacità di aggirare le informazioni non rilevanti. Finora però sono state condotte poche ricerche sui bambini che parlano due dialetti caratterizzati da minime differenze linguistiche. Il bidialettismo, vale a dire l’uso sistematico di due dialetti diversi della stessa lingua, è diffuso in molte parti del mondo. Tuttavia i criteri per classificare due varietà come dialetti piuttosto che come lingue indipendenti non sono del tutto oggettivi.

Il Dr. Kyriakos Antoniu e il Dr. Napoleon Katsos dell’Università di Cambridge hanno studiato le prestazioni cognitive dei bambini cresciuti parlando il greco cipriota e il greco moderno standard – due varietà del greco molto simili ma divergenti a tutti i livelli dell’analisi linguistica (vocabolario, pronuncia e grammatica). Lo studio ha dimostrato che i bambini multilingue e bidialettali mostrano un vantaggio sui bambini monolingue per quanto riguarda i processi cognitivi complessi. Il passaggio sistematico da una forma linguistica all’altra, anche se molto simili fra loro, sembra fornire alla mente stimoli extra che hanno come risultato prestazioni cognitive migliori. La novità nonché il più importante contributo di questo studio è il fatto che ha mostrato tali effetti positivi anche in bambini che parlano due dialetti strettamente correlati della stessa lingua. In termini qualitativi, gli effetti del bidialettismo e del multilinguismo sono, in generale, praticamente gli stessi. I dialetti sono molto sottostimati e sottovalutati ma questo tipo di ricerche permettono alle persone di comprendere i vantaggi del bidialettismo, soprattutto quando si parla di identità, educazione e importanza dell’apprendimento linguistico”. Insomma, dialetto è bello. [Fonte: K.Antoniou et. al. ‘The effect of childhood bilectalism and multilingualism on executive control’ Cognition 149 (2016)]

QUI TROVATE L’ARTICOLO IN VERSIONE ORIGINALE INTEGRALE

NOTIZIE RECENTI SUI DIALETTI

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/05/06/matrimoni-in-dialetto-proposta-di-legge-della-lega-da-nord-a-sud-nozze-in-lingua-locale-ma-non-per-sinti-e-rom/2702755/

http://www.ilgiorno.it/lombardia-bilingue-1.1645901

LA STORIA DELL’ITALIANO E DEI DIALETTI

http://italicissima.com/it/2012/03/09/history-of-the-italian-language/

ALCUNI DETTI DIALETTALI ITALIANI

http://www.dialettando.com/proverbi.lasso

1 thought on “DIALETTO È BELLO

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *