Gesti quotidiani – Fasi di una traduzione

Prima fase

Metto le mie cuffie, scelgo il pezzo, quello giusto, e mi immergo nel mondo di una traduzione. Completamente isolata dal resto dell’universo, le note mi accompagnano nell’esplorazione. Leggo di ciò che posso trovare sull’argomento da tradurre, nella lingua verso la quale devo tradurre. Così busso piano alla porta di quel mondo e ci entro nel modo più delicato e perfetto possibile, come se lì dentro io ci fossi sempre stata.

A volte capita di dover affrontare traduzioni diverse dalla propria specializzazione, soprattutto se professioniste agli inizi della propria carriera. “Tanto se parli inglese sai dire tutto, no?”. Questo è ciò che mi sono sentita dire da una persona poco tempo fa. Ora, io ritengo di essere una professionista, di fare al meglio delle mie possibilità il mio lavoro. Ritengo anche che ci siano un’infinità di persone qualificate migliori di me in tante cose, come anche milioni di persone qualificate e non qualificate che lo fanno peggio. Ma mai potrò dire di poter tradurre tutto. Questo è impossibile. Ci sono cose che non potrò tradurre e non perché intraducibili – che alla fine, in fondo in fondo, tutto è intraducibile. Non le potrò tradurre perché fuori dalla mia conoscenza generale, perché non interessanti per me, perché se le traducessi si sentirebbe la mia noia e la mia difficoltà.

Il traduttore è uno scrittore di storie altrui, ma è pur sempre uno scrittore e la sua penna – ormai il suo dito dovremmo dire – trasuda emozioni, le sue. Non si può fingere e una traduzione di qualità per me presupporrà sempre un interesse per l’argomento, una conoscenza di base e una continua ricerca dentro e fuori dal web. Mi piacerebbe tantissimo essere come i traduttori di una volta: esploratori per terra e per mare di terminologie sconosciute, dove il contatto umano e la conoscenza dell’altro era indispensabile per un lavoro di questo tipo e dove anche il viaggio ne faceva parte. In qualche modo vorrei che almeno nella mia immaginazione si mantenesse vivo questo gene del passato: senza avventura e senza passione non c’è traduzione che tenga.

Seconda fase

Scrivo sempre una bozza, la butto giù appena possibile, quando ricevo il testo, senza cercare troppo le parole. Scrivo quel che mi viene. Quello è il primo passo verso il mondo altro, quello è ciò che mi permette di raggiungerlo poi nella lettura a mente fredda, passata qualche ora o qualche giorno nel migliore dei casi.

Per l’inglese i dizionari sono tanti, per lo più online. Lo spagnolo però mi riporta all’essenza. Non esistono, a mio parere, dizionari validi, né cartacei, né tantomeno online per questa lingua. Italiano-Spagnolo è sempre stata un’accoppiata poco considerata e lasciata un po’ in disparte, presa sotto gamba direi. È il difetto di chi si conosce fin troppo bene, la violenza della confidenza. Ma questa è una storia che poi magari vi racconterò.

Dicevo, torno all’essenza perché quando devo tradurre da o verso lo spagnolo tiro fuori i due volumi pesanti e ingombranti di Manuel Seco. E torno alla bellezza e, perché no, alla fatica e lentezza dello sfogliare le pagine di un dizionario. Come quando ho iniziato, quando studiavo più di 10 anni fa all’università e come quando mia madre invece di spiegarmi una parola che non conoscevo mi dava in mano il dizionario e mi diceva di cercarmela da me, rimanendo al mio fianco in caso di dubbio.

Ritorno alla radice e ringrazio allora quella eccessiva confidenza che le due lingue a me più care si permettono. È l’unica volta in cui sono contenta di far parte di questa relazione un po’ annichilita.

Terza fase

Dopo la prima stesura a getto, si passa alla penetrazione del mondo di arrivo. Scruto l’idioma verso il quale devo tradurre da dentro, lo faccio a pezzi, mi ci immergo e solitamente ho bisogno di cercare sinonimi, alternative, possibilità: devo sentire tutto quello che potrebbe significare quella singola frase o parola. Mi soffermo su ogni termine con minuziosa precisione e, con orecchio attento, leggo a voce alta. Mi alzo e distraggo il mio cervello per qualche minuto e poi torno. Di solito lentamente sono due i termini o le costruzioni che restano e alla fine sono io a decretare il vincitore, non senza pena per il concorrente eliminato, ma alla fin fine parteciperà di nuovo in un’altra gara, magari più avvincente.

Quarta fase

Il lavoro è pronto. Poteva essere altro, ma è diventato quello che è e va bene così. Con il tempo si affinano le proprie tecniche, i propri gusti, le proprie inclinazioni e preferenze, proprio come uno scrittore. Ora il lavoro esce dalla tana sicura della propria scrivania, affronta il mondo esterno. Il più delle volte – questa è la mia esperienza – il cliente ringrazia ed è soddisfatto e se serve si rifà vivo qualche tempo dopo. Non sa che cosa è accaduto prima e, soprattutto nel nostro paese, non se lo immagina neanche.

Da quando traduco per artisti mi rendo conto sempre di più che anche il lavoro del traduttore è creativo, è anch’esso una forma d’arte. Purtroppo non viene considerato tale: “non preoccuparti di come io ho interpretato l’opera, traduci il testo”. Il testo del curatore viene trasformato nell’altra lingua, ma quelle parole sono uscite dalla consapevolezza dell’opera rappresentata, dalla consapevolezza del testo scritto, non si sono semplicemente trasformate. Il testo così tradotto è parte integrante del lavoro, dell’opera o per lo meno della presentazione dell’opera. Sappiate che senza un buon team di traduttori il vostro lavoro non avrà mai eco internazionale e per quanto bello non sarà mai compreso appieno.

Quinta fase

Accetto la situazione, ma faccio di tutto per fare in modo che tutti, soprattutto chi mi è vicino, sappia che cosa veramente faccio, in cosa consiste davvero il mio lavoro. Non siamo macchine, dizionari. Siamo artisti, siamo creatori, siamo scrittori di pensieri altrui. Prendiamo in prestito idee. Prestatori di creazioni al committente.

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