L’importanza di reinventarsi – Il bisbiglio di Stefania

Qualche giorno fa abbiamo fatto una piacevolissima chiacchierata con Stefania Marinoni. Stefania è laureata in filosofia e “solo” da quattro anni lavora come traduttrice e copywriter, un lavoro che l’appassiona e che pian piano si è costruita, passando prima dalla traduzione letteraria, che ha però deciso di abbandonare perché, purtroppo, di traduzione editoriale non si mangia.

Abbiamo quindi deciso di intervistarla per condividere con voi la sua esperienza e i suoi punti di vista. Insieme siamo arrivate alla conclusione che spesso i traduttori di lunga data si e ci buttano giù, ma il panorama è ancora piuttosto roseo, con un buon numero di “nuovi traduttori” (tra cui anche noi) che stanno avendo una discreta risposta di mercato. Abbiamo inoltre affermato l’importanza del lato umano, delle relazioni, della comunicazione, che spesso invece dimentichiamo dietro al monitor. È un mestiere il nostro che ha bisogno di evolversi, va veloce e, purtroppo o per fortuna, non è per tutti.

Copywriter, esperta SEO, traduttrice editoriale. Noi che ci occupiamo ancora quasi esclusivamente di traduzione vogliamo chiederti: come si fa? Quali sono i trucchi, se ce ne sono, per iniziare una carriera di successo nel campo della traduzione? E quanto conta davvero la capacità di reinventarsi?

La mia attività principale resta la traduzione, a cui affianco servizi come il copywriting, l’impaginazione e la ricerca di parole chiave per i siti che traduco. L’obiettivo è ampliare le mie competenze per restringere il campo di azione. Se voglio specializzarmi in traduzione creativa, devo conoscere i trucchi del copywriting, saper impaginare una brochure e capire quali sono le keyword da utilizzare in un testo per il web. Credo che la capacità di (re)inventarsi sia fondamentale, non possiamo più considerarci “semplici” traduttori, dobbiamo diventare esperti di un determinato settore.

In un recente articolo hai parlato di perdita dell’entusiasmo perché “di traduzione editoriale si campa male”. Se si campa male, quali sono le alternative? Come ovviare al “problema”?

Come ho scritto nella chiusura dell’articolo che citate, Diventare traduttori editoriali, non ho rinnegato la traduzione letteraria. Resta il mio settore preferito, ma ho capito che per vivere di romanzi bisogna lavorare molto di più a condizioni spesso discutibili. Non fa per me, tutto qui. Così ho cercato di ampliare il raggio d’azione sfruttando ciò che ho imparato dalla traduzione letteraria: cura del testo, rielaborazione del messaggio, attenzione allo stile dell’autore, fantasia… Ed è così che ho iniziato a frequentare da un lato altri generi editoriali come gli articoli o le risorse didattiche dall’altro il marketing e la pubblicità.

Oltre alla perdita di entusiasmo, iniziamo a notare una specie di perdita delle speranze – che va e viene, intendiamoci. Credi sia giustificata? La professione del traduttore sta morendo ed è sempre più necessario trovare nuove vie ad un lavoro che sta scomparendo più o meno lentamente?

Non credo che il lavoro del traduttore stia scomparendo. Alcune mansioni diverranno forse appannaggio delle macchine ma ciò non significa che la tecnologia ci soppianterà. La nostra professione si sta evolvendo, è innegabile, e solo chi saprà evolversi con essa sopravvivrà. So che alcuni miei clienti usano Google Translate per le traduzioni di servizio (per esempio la richiesta di un cliente italiano) ma quando si tratta di tradurre DAVVERO (come rispondere alla richiesta di quel cliente) continuano a rivolgersi a me. Il nostro compito è far capire la differenza tra noi e Google Translate senza apparire tecnofobici o interessati solo a difendere la nostra categoria.

Presidente AITI Toscana: cosa ha comportato per te questa nomina e come difendere le associazioni di categoria?

Sono presidente solo da due mesi quindi è presto per fare bilanci. Sicuramente è una carica che richiede impegno e soprattutto responsabilità. Spero di esserne all’altezza. Detto questo, non credo che le associazioni di categoria vadano difese, piuttosto sono loro a difenderci da certi committenti, dalle leggi sfavorevoli, dai colleghi non professionali. Ma soprattutto, ci difendono dalla solitudine e dalla tendenza a pensare ognuno per sé.

Dumping delle tariffe. Secondo noi è un grave problema, che si protrae da anni. Per la nostra esperienza lavorare con l’estero si è sempre dimostrato essere più onesto ed economicamente vantaggioso. La giustificazione è sempre culturale e rassegnata, ma cosa ne pensi? Come possiamo uscire da questa situazione di scarsa professionalità di non-traduttori che si offrono a tariffe stracciate, di agenzie che accettano lavori di bassissima qualità pur di pagare meno o, ancora peggio, giocano continuamente al ribasso anche con neo-professionisti e con vere e proprie preghiere di sconti continui?

Non credo che possiamo combattere il dumping all’interno: ci sarà sempre qualcuno disposto a preferire la quantità a discapito della qualità. E questo vale per i colleghi, non solo per i clienti. Ma c’è ancora, e credo ci sarà sempre, una fetta di committenti per i quali la qualità conta di più. È a loro che dobbiamo rivolgerci se non vogliamo essere trascinati in questo gioco al ribasso. Alzare le tariffe è uno sforzo che richiede energie, ricerche, doti relazionali e qualità sempre impeccabile. Ma ne vale la pena perché ci consente di guadagnare di più lavorando meno, specializzandoci in un settore. E quando si è specializzati, si fa meno fatica e dunque si lavora meno… Insomma è un circolo virtuoso e davvero non capisco perché molti colleghi preferiscono passare dodici o più ore alla scrivania chiedendo tariffe da fame. Mi rendo conto che l’affermazione è antipatica ma, chiedetevi, è davvero questo il lavoro che volevate fare?

Una riflessione “temporale”: passato, presente e futuro della nostra professione in Italia. Il passato dei traduttori in Italia era simile a quello che troviamo ora? Il nostro presente è positivo o negativo? Nel futuro le nuove tecnologie ci ruberanno sempre di più il lavoro? Possiamo ancora sperare?

Del passato posso parlare solo per sentito dire, faccio questo lavoro solo da quattro anni. Tutti dicono che era più facile, che c’erano più soldi e meno concorrenza e immagino sia così. Ma non mi pare che la situazione sia così nera. Sono ottimista per natura e dunque non faccio testo, ma in questi quattro anni sono riuscita a fare della traduzione un lavoro che mi consente di guadagnare dignitosamente con orari di lavoro altrettanto dignitosi. E conosco colleghe che hanno iniziato nello stesso periodo e se la passano altrettanto bene. Per quanto mi riguarda ci sono margini di miglioramento, ma dal momento che col passare degli anni accumulo più esperienza e più contatti, non vedo perché un giorno dovrebbe andare peggio. Ne ho parlato anche nel mio articolo Come preparare un preventivo. Faccio una seconda affermazione impopolare: credo che la traduzione e la libera professione in generale non siano per tutti. Se il lavoro è calato rispetto dieci anni fa e siamo di più a provarci, è ovvio che non tutti ce la faranno. È così in ogni lavoro. Del resto anch’io da piccola volevo fare la ballerina…

Marketing. La nostra decisione di aprire Parolabis è partita da una riflessione sulla necessità di apparire online, di farsi vedere e conoscere, oltre ovviamente al bisogno di comunicare che cosa sia la nostra professione. In un certo qual modo ci siamo sentite intrappolate in un “corpo di traduttrice” che non sentivamo appartenerci: solitaria, un po’ asociale, informatico-incapace e con un gatto. Non abbiamo nulla contro i gatti, anzi, e siamo un po’ informatico-incapaci, ma ad un certo punto ci siamo dette che quelle lì non eravamo noi e abbiamo pensato subito al web. Cosa consigli a delle ex informatico-incapaci per promuoversi al meglio su internet? Per farsi conoscere davvero? Per raggiungere le persone?

Bisogna osservare quello che fanno gli altri freelance, leggere libri sul personal branding, studiare il comportamento del target, interiorizzare tutti questi insegnamenti… e poi dimenticarcene e fare di testa nostra. Un’infarinatura generale è sempre utile ma applicare ricette di altri per far emergere la propria personalità è un’idea un po’ buffa, non vi pare? Per esempio, ho capito che per me funzionano i canali di comunicazione più informali e quelli in cui ho più spazio per esprimermi (sì, sono esuberante e logorroica). Ho cercato di usare Twitter ma 140 caratteri sono una miseria. Avevo una pagina Facebook ma l’ho chiusa perché mi sembrava di mettere un filtro tra me e le persone. Molto meglio il profilo, in barba alle teorie dei guru. E poi è fondamentale andare agli eventi, conoscere gente, stabilire un contatto umano. Non solo è utile, è anche più appagante.

Cosa pensi delle agenzie di traduzione? È meglio lavorare per loro o per clienti diretti?

Dal 2014 circa ho iniziato collaborando con agenzie, poi dall’anno scorso ho iniziato a cercare (e trovare) i primi clienti diretti. Credo ci sia un po’ il mito del cliente diretto, in realtà ce ne sono di pessimi, come d’altra parte ci sono ottime agenzie. Il lavoro è lo stesso ma le capacità relazionali richieste sono diverse. Tutto dipende dalla propria attitudine. Per me, al momento, la cosa migliore è dividermi tra agenzie e clienti. Di questo argomento hanno già parlato tanti prima di me e non vorrei ripetere cose ovvie, ma permettetemi di dire che anche con le migliori agenzie è necessario quel buon lavoro di marketing che spesso si tende a riservare alla ricerca di clienti diretti.

Con Parolabis vorremmo far conoscere il più possibile a tutti la nostra professione. Per questo ti chiediamo di parlarci brevemente di una traduttrice/traduttore che per te è un modello o un mito, di cui apprezzi il lavoro o la storia, sia del nostro tempo che del passato.

Devo molto al mio docente del Master in traduzione editoriale, Antonio Melis, purtroppo scomparso l’anno scorso. Un uomo di poca teoria e molta pratica, un accademico che faceva di tutto per svecchiare le traduzioni, un professore che ti dava una mano a preparare i saggi di traduzione da inviare alle case editrici. Auguro a tutti gli studenti di trovare sulla propria strada un insegnante così!

Se volete contattare Stefania potete scrivere una mail a studio@stefaniamarinonitranslation.com o visitare la sua pagina web.

Come sempre, per qualsiasi domanda, dubbio o commento su questo e altri articoli contattateci a info@parolabis.com

Grazie Stefania.

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