Che lingua parla il teatro?

Be’, dipende da dove viene e soprattutto dove decide di andare.

Possiamo incontrarlo su un palco di una rassegna internazionale o nella piccola sala off sotto casa dove ogni tanto mettono in cartellone spettacoli sconosciuti e innovativi; o ancora in libreria e in biblioteca, nello scaffale dei drammaturghi in lingua straniera. Sì, perché il teatro può essere letto, visto, ascoltato e ogni volta è qualcosa di diverso.

Di una cosa però possiamo essere certi: se possiamo vedere opere di Shakespeare, Crimp, Spregelburd, Beckett o Ionesco a casa nostra è perché qualcuno li ha tradotti. Ma chi?

La muerte de Jaramilla - Compagnia Lombò Teatro. Credits: Maria José Cambón
La muerte de Jaramilla – Compagnia Lombò Teatro. Salamanca. Credits: Maria José Cambón

In realtà il sistema delle traduzioni teatrali è molto più complesso di quanto non sembri, per lo meno in Italia: l’opera deve essere scelta da un regista, o prima ancora da un agente, e passa di mano in mano fino ad arrivare, solo alcune volte, al traduttore, che spesso è un mero “facilitatore” della comprensione. Finanziamenti pubblici ce ne sono pochissimi e quindi più spesso in Italia è il regista a decidere cosa mettere in scena e come farlo. Sempre il regista si occupa di ciò che viene chiamato adattamento, vale a dire un procedimento che implica la trasformazione del testo, non solo dal punto di vista linguistico ma anche culturale o se vogliamo circostanziale, poiché il testo scelto viene adattato a un determinato scopo e a un determinato pubblico. L’opera teatrale è viva, mobile e cambiante, qualcosa che nasce e muore nel momento stesso in cui viene rappresentata e spesso non del tutto aderente a quella pensata dall’autore originale – sono più che noti ad esempio i mille rifacimenti di Romeo e Giulietta. Questo perché il regista mette la sua personale impronta, anche solo nella scelta dell’ambientazione e del contesto, e quindi il testo, che in lettura resta cristallizzato in una sola forma per anni, diventa per la scena un pre-testo, la bozza di una forma in divenire, del tutto nuova rispetto alla sua propria e alle altre che da essa sono derivate.

Con tutto questo apparente caos e passaggio di mani, testi, occhi e visioni, il traduttore ha ben poco a che spartire e, mai come nel caso del teatro, sente la pesantezza della sua posizione ibrida e poco definita: si inserisce a metà di una catena di montaggio che basa il suo lavoro su altro, non certo sulla lingua, e che allo stesso tempo fa delle parole la sua bandiera. Molti registi parlano di un certo testo che “gli risuona nelle orecchie” più di un altro. Da lì la grande importanza delle parole da usare in scena, soprattutto in un contesto dove poco tempo è lasciato allo spettatore per la riflessione personale, per tornare indietro su una nota o su un paragrafo che non si è compreso. Il teatro è implacabile e serve allo spettatore il suo piatto, che nella migliore delle ipotesi, lascia traccia nel palato fino al giorno seguente.

Nel 2008 Tierno scriveva un interessante articolo sul tema della traduzione a teatro, in cui parlava del traduttore come “servo di due padroni” (l’autore e il pubblico) e della traduzione teatrale come “comunicazione interculturale più che come processo interlinguistico”. La definizione di schiavo data da Tierno è certamente forte ma calzante. Anzi, nel caso del teatro aggiungerei un terzo padrone la cui influenza, a mio avviso, pesa sulle scelte finali del traduttore: il regista. In realtà, qualsiasi professionista che si approcci a questo tipo di traduzione sa di essere alle prese con una materia ibrida che mescola più codici e più livelli: i linguaggi implicati sono verbali, non verbali, sonori e nessuno prevale sull’altro, cercando anzi di collaborare al meglio per ottenere il risultato voluto. Questo è poi sempre vero per ogni tipo di traduzione, che va ben al di là della semplice trasposizione linguistica.

A mio avviso sarebbe auspicabile che questa collaborazione avvenisse anche a livello professionale. Auspicabile sarebbe un riconoscimento sempre più evidente della professionalità del traduttore che, in stretta collaborazione con le altre parti che compongono il panorama teatrale, diventasse parte integrante dal punto di vista morale – apparendo nelle locandine dello spettacolo come traduttore dell’opera ad esempio – economico e quindi legale, soprattutto visto che il traduttore teatrale è considerato a tutti gli effetti autore del testo che produce e quindi legato allo spettacolo in scena esattamente come il regista, l’autore originale e l’attore che ci mette la faccia.

© Andrea Ciommiento
Cena partecipata sul palco – Piattaforma artistica CO.H. Torino. Credits: Andrea Ciommiento

Ma forse ancora più auspicabile sarebbe che vedessimo l’opera così come creata, accompagnati nella comprensione di questo meraviglioso mondo dai sottotitoli – che in teatro vengono chiamati sopratitoli perché di solito scorrono sopra la scena – proprio come avviene al cinema. Forse sarebbe più onesto, più genuino, garantendo all’opera originale la sua integrità e la sua poesia.

Il teatro è un’opera collettiva e, a prescindere dall’obiettivo voluto, dovrebbe essere sempre il risultato di una messa in comune di competenze, tutte riconosciute al massimo grado, senza gerarchie prestabilite, senza chiudersi in circoli viziosi destinati a morire perché incapaci di comunicare. Anche la traduzione teatrale allora è e dovrà essere un’opera collettiva, che racchiuda tutte queste parti e aiuti a veicolare il messaggio desiderato.

Ma del resto la traduzione stessa è di per sé un’opera collettiva fatta in solitaria, bisogna solo pazientemente allenare la propria capacità di sentire le voci e le sfumature nascoste.

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