I traduttori e i luoghi comuni

Amiche e amici, oggi ho deciso di cercarmi un “lavoro vero”.

Ebbene sì, da quando ho iniziato a fare la traduttrice non faccio altro che sentire frasi del tipo “quando troverai un vero lavoro, vedrai che tutto cambierà” oppure “quando ti cerchi un lavoro serio? Ormai sei grande!”. Il concetto di lavoro in Italia è associato solo ed esclusivamente al lavoro dipendente, quindi per molti l’idea che ci siano persone che lavorino come traduttori da casa è davvero strana.

Del resto, “con Google Translate chi ha bisogno ormai dei traduttori?”, non capendo però che si tratta di un traduttore automatico, in grado di tradurre letteralmente le parole non tenendo conto però di alcuni fattori linguistici importanti, tra cui i giochi di parole e i riferimenti culturali. A proposito, avete mai provato a tradurre un testo intero da una lingua straniera in italiano con Google Translate?

E poi parliamoci chiaro, ma “a che serve studiare traduzione se conosci una lingua straniera e hai un dizionario”? Sì, perché tutti possono improvvisarsi traduttori, basta conoscere una lingua a caso o, meglio ancora, essere bilingui. Infatti, si sa che chi conosce un’altra lingua è automaticamente specializzato in traduzione medica, brevettuale, saggistica o giornalistica. Insomma, sarebbe come dire non sprecate il vostro denaro e il vostro tempo per specializzarvi, tanto oggi come oggi le competenze sono un optional. Basta “spacciarsi” per qualcuno e il gioco è fatto.

luoghi comuni sui traduttori

Per non parlare poi della facile intercambiabilità tra traduttore e interprete. “Che lavoro fai? La traduttrice! Che figo! Allora sei come quelli che si vedono in tv nelle conferenze dell’ONU!”. Risulta alquanto difficile far capire che si tratta di due lavori che richiedono competenze diverse, seppur accomunati dall’obiettivo di dover veicolare un messaggio. Non appena però provo a spiegare la differenza, ecco che emerge un altro luogo comune, ovvero “e vabbe’, conosci la lingua, che ci vuole a fare l’interprete!”. Se ci volesse così poco, non esisterebbe un corso universitario per interpreti e uno per traduttori, in cui si approfondiscono, tra le altre cose, le rispettive tecniche di traduzione e interpretazione.

Traduzione, dicevamo. “Allora se sei una traduttrice, come si dice alogenuro alchilico in tedesco? E miscelatore a nastro elicoidale?”. Potrei continuare all’infinito la lista di parole che mi hanno chiesto di tradurre sul momento, dimenticando che non sono né un dizionario vivente né tantomeno specializzata in chimica o meccanica. “E allora se non sai queste cose, che sai?”. Già, è proprio questo ciò che bisognerebbe far capire. O meglio, bisognerebbe spiegare alla gente che il traduttore è un mestiere come tanti altri e che non basta essere bilingui o aver studiato una lingua per farlo. In genere, per diventare traduttore bisogna specializzarsi e frequentare un corso universitario che permette di approfondire i linguaggi specialistici e le varie tecniche di traduzione. È vero anche che ci sono traduttori che vengono da un percorso opposto, specializzati cioè in un’altra materia, come ad esempio chimica, e poi approfondito la lingua. Insomma, è tutta una questione di competenze. Ed è giusto che queste competenze vengano tenute in considerazione, rispettate e soprattutto retribuite. Proprio per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, non vi è mai capitato di sentire o di dire “ma per questo lavoro quanto ci vorrà? Una cinquantina di euro?”, quando in realtà si tratta di un lavoro di una trentina di cartelle per cui sono stati necessari molti giorni (comprese le notti!).

E quindi? Come fare a bandire questi luoghi comuni per far sì che il nostro mestiere sia considerato alla stregua degli altri? Penso che un aspetto fondamentale sia quello di fare rete e aprirsi alla gente, vale a dire di mettere insieme le forze al fine di far capire a tutti quello che facciamo e come lo facciamo. Creare una rete di professionisti che non sia fine a se stessa ma che miri ad aprirsi anche ai non addetti è il punto di partenza affinché ci sia una familiarizzazione con il nostro mestiere.

Sono sicura che chiunque legga questo articolo abbia sentito dire o abbia pensato almeno una volta a uno di questi luoghi comuni e spero di non aver offeso nessuno con queste poche righe scritte dalla mia comoda scrivania di casa. “Da casa? Ma quindi lavori da casa? E come guadagni? Ma è possibile? Ma non è che stai tutto il giorno su Facebook?”.

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